Dott. Franz W. Baruffaldi Preis

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Prestazioni declassate

La Regione Lombardia , per quanto riguarda il Servizio Sanitario è un modello che funziona soprattutto se paragonata ad altre Regioni . Gli Ospedali così come le cliniche private convenzionate fanno a gara a chi dà la migliore assistenza . Difficile leggere di episodi di malasanità . Per questo motivo ci sono molti pazienti che da altre Regioni vengono a farsi curare in Lombardia e non viceversa . Il concetto di “assistenza diritto di tutti” fa si che il numero delle prestazioni erogate in queste strutture sia enorme . Il numero di medici che lavorano per il bene del loro paziente è immensamente più grande di quello di coloro che si arricchiscono sulla pelle del malato e quindi questi possono essere considerati casi realmente sporadici . Vorrei a questo proposito dire come la penso per quanto visto in una puntata di : “ Porta a porta “sul collega ortopedico messo alla gogna dal conduttore . Premetto che non conosco il collega ortopedico che lavora per una struttura con la quale non ho nessun tipo di rapporto . Cio nonostante penso che debba essere considerato innocente fino a prova contraria soprattutto se ciò che scatena l’inchiesta sono delle intercettazioni telefoniche che come si sta dimostrando sono state “ interpretate male “ . Ma soprattutto mi dispiace che ai 3-4 colleghi presenti in trasmissione, senza che il diretto interessato potesse intervenire , non sia potuto venire in mente che l’accesso bikini , cioè all'inguine , in una persona anziana poteva essere stato scelto per essere meno invasivi nell'attraversare cute , sottocute , muscoli e non alo scopo di permettere l’uso del perizoma . Raramente la nostra categoria insorge a difesa del singolo . Spero che il collega riesca a dare tutte le spiegazioni del caso in sede più consona . Se risulterà innocente , la notizia, come sempre , verrà data attraverso un trafiletto a fine pagina di giornale , ma intanto la sua figura professionale risulterà danneggiata in modo irreparabile . Per quanto riguarda i rimborsi Regionali , esistono giustamente degli organismi deputati al controllo delle prestazioni sanitarie che verificano se l’indicazione è corretta , se il codice che viene attribuito alla prestazione porti al giusto rimborso e se la prestazione avviene seguendo le linee guida stabilite dal contratto tra Regione ed enti assistenziali . I controlli sono molto severi per quanto riguarda le strutture private , meno severi per quanto riguarda le strutture pubbliche che godono di una sorta di immunità legata al fatto che giocano in casa : la Regione è proprietaria degli Ospedali Pubblici mentre le Cliniche appartengono a privati . I controlli sul privato convenzionato portano a un abbattimento del rimborso delle prestazioni ogni volta che i NOC trovano delle criticità nei documenti dei soggetti trattati ( cartelle cliniche ) . Faccio un esempio : un tumore della pelle può essere tolto in anestesia locale utilizzando una degenza chiamata day hospital quando il medico reputa necessario avere più sicurezza e più controllo sul paziente durante l’intervento (presenza dell’anestesissta , monitorizzazione del soggetto ) e controllo di 6 ore nel post-operatorio . Se la rimozione del tumore della pelle non richiede queste sicurezze può essere eseguito in regime ambulatoriale: niente esami , niente elettrocardiogramma , niente anestesista , niente controllo post-operatorio . Se vedo una persona anziana che mi preoccupa per le condizioni cardiorespiratorie e voglio usufruire delle sicurezze del day hospital senza la necessità di tenerlo ricoverato per 6 ore, perché non ne ha bisogno , non posso operarlo in day hospital . O meglio posso operaralo ma quando i NOC verificano che è rimasto poche ore sotto controllo trasformano la prestazione in ambulatoriale . Uno potrebbe chiedersi come mai dopo 17 anni passati nelle strutture private convenzionate non ho ancora imparato questa lezione ? Non è semplice . Ho disponibilità di sala operatoria sempre più ristretta perché la chirurgia plastica rende poco rispetto ad altre chirurgie . A volte succede che per evitare di avere lunghe liste d’attesa tappo un buco di un ora di sala è creatosi magari perché un paziente ha rinunciato all’ultimo minuto o non è pronto , con un paziente che dovrebbe stare le fatidiche 6 ore sotto controllo .Magari ciò succede di pomeriggio ed ecco che la prestazione viene declassata . Ho provato a spiegare che il paziente è stato operato in sicurezza , il cancro non ce lo ha più ,ha fatto una bella ricostruzione , non ha aspettato mesi . Ma questo non è così rilevante . Esistono questi problemi per i colleghi che lavorano nel pubblico ? Quelli che conosco e che ammiro per le loro capacità ed esperienza, a cui l’ho chiesto , mi hanno risposto di no .

Forbice, carta o sasso?

Rendo pubblica una lettera che ho scritto al Preside dell’Università San Raffele di Milano il 16 dicembre di quest’anno .

Milano , 16-12-2016

All’attenzione del Prof. Massimo Clementi UniSR
SEDE

Illustrissimo Preside , ho avuto l’onore in questi anni di svolgere presso l’Università Vita Salute un ruolo didattico con le seguenti cariche :
-Docente del corso elettivo di chirurgia plastica presso Università Vita Salute del San Raffaele di Milano .
-Docente presso l’Università Vita Salute di Milano MPD per il Corso di chirurgia Plastica all’interno di Introduction to surgery.

Grazie alla stima degli Illustri colleghi ho avuto i seguenti incarichi:
-Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Vascolare –H.S.R
-Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Toracica –H.S.R.
-Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale –H.S.R.

La mia attività all’interno dell’Ospedale dal 2006 per 10 anni è risultata di consulenza presso i reparti che hanno avuto necessità del chirurgo plastico ricostruttivo .
Ho collaborato nella gestione di casi difficili anche con la Terapia Intensiva ed il Pronto Soccorso .
Inoltre ho occupato una seduta operatoria la settimana presso il Blocco A con interventi di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica su pazienti solventi provenienti dal mio studio ed interventi riparativi su pazienti ricoverati presso i diversi reparti dell’Ospedale San Raffele .
Durante queste sedute operatorie mi sono reso disponibile per quegli studenti che hanno voluto approfondire temi di chirurgia plastica e per coloro ai quali , iscritti ai corsi elettivi Universitari , veniva chiesto di maturare 25 ore di esercitazioni annuali .
A queste esercitazioni vanno associate le lezioni svolte dal 2006 in italiano , e da due anni in inglese .
Inoltre ho avuto il piacere di collaborare alla stesura di diverse tesi di laurea (due ragazzi hanno ottenuto la menzione, gli altri non meno della lode ) e la pubblicazione di lavori scientifici che hanno coinvolto studenti e docenti .
Queste esperiente mi hanno riempito la vita e mi permetta di ringraziarLa per avermi premesso di interfacciarmi con tanti giovani che ho imparato ad apprezzare per il loro impegno e per la carica umana e scientifica con la quale hanno superato le tante difficoltà che si incontrano durante gli studi .
Da poco sono venuto a conoscenza che da gennaio 2017 le mie sedute operatorie presso l’Ospedale San Raffaele , verranno ridotte della metà a favore di una nuova Unità di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica diretta da un chirurgo generale che si occuperà di mammella e da una infermiera che si occupa di vulnologia .
Io sarò presente solo due volte al mese presso l’Ospedale .
Penso che ciò limiti molto lo svolgimento della attività didattica utile all’Ateneo ed agli studenti .
Per questo motivo , sommato alla sensazione di non fare parte di un progetto di sviluppo riguardante la mia specialità all’interno dell’Università, così come all’interno dell’Ospedale , penso sia arrivato il momento di rinunciare al mio impegno didattico .
La ringrazio ancora per le tante soddisfazioni che mi ha permesso di ottenere in questi 10 anni e per avermi dato l’opportunità di mostrare , ai futuri medici , i risultati raggiungibili dalla mia specialità .

Cordiali saluti , Franz W. Baruffaldi Preis


La rendo pubblica perché mi sento sufficientemente sereno per dare la giusta interpretazione ai fatti che mi hanno coinvolto ed alle conseguenti mie decisioni .
Per 10 anni ho avuto il compito di trasmettere agli studenti quello che pensavo fosse utile per la loro futura professione medica .
L’ho fatto utilizzando tre strumenti :
a) la mia attività di sala operatoria
b) le lezioni rivolte a esporre le caratteristiche della chirurgia plastica
c) la condivisione del percorso che porta dalla analisi della malattia alla cura della medesima alla ricerca della guarigione

Nel 2006 , Don Verzè , dopo avermi scelto come consulente chirurgo plastico per l’Ospedale , mi convocò per darmi l’opportunità di svolgere attività formativo / didattica presso l’Università Vita Salute .
L’incontro si concluse in pochi minuti ; con Don Luigi non ci si poteva permettere divagazioni sul tema .
Accettai la sfida perché mi sembrava un progetto molto ambizioso , ma soprattutto perché era impossibile dirgli di no .
L’Ospedale era grande , c’erano tante specialità diverse , sia cliniche che chirurgiche .
L’Università non prevedeva una Scuola di Specialità di Chirurgia Plastica , ma si poteva insegnare ai medici specializzandi delle altre scuole chirurgiche .
Era un modo molto diretto per fare conoscere la mia specialità e fare proseliti tra i colleghi giovani .
Dopo un paio di anni di rodaggio , l’Ateneo mi chiese di occuparmi anche di un corso di Chirurgia Plastica per gli studenti di medicina . Sarebbero stati gli studenti che si laureavano al San Raffaele a chiedere di continuare la loro formazione di Plastici in sede. Ammetto di avere sognato più di una volta di essere chiamato a dirigere la nuova scuola di specialità di Chirurgia Plastica del San Raffaele , cosa semplice come vedere Leo Messi giocare con la maglia dell’Inter .
Il primo anno il programma didattico venne timidamente pubblicato abbinando lezioni teoriche a esercitazioni pratiche . I primi studenti vennero informati della novità direttamente dalla Segretaria di Facoltà ; una persona squisita con la capacità di semplificare le procedure anche quando queste venivano progressivamente complicate dai sistemi informatici .
Era lei a compilare per me moduli , protocolli , verbali facenti parte di un mondo che poco mi apparteneva .
I primi studenti che chiedevano di partecipare ai miei interventi furono fonte di grande emozione . La novità era di farli uscire dal ruolo di osservatori da parete di sala operatoria .
Farli sentire coinvolti in quello che si faceva spiegando i vari passaggi della procedura e chiedendo la loro opinione . All’inizio mi guardavano con diffidenza . Alcuni di loro non erano mai stati in sala operatoria e mostravano l’impaccio classico di quando si entra in un ambiente nuovo , altri sperimentavano il primo svenimento , tutti mostravano grande entusiasmo soprattutto per la prima cuffietta e mascherina .
Con il passare dei mesi alcuni di questi hanno addirittura chiesto di essere seguiti per la compilazione della tesi di laurea .
Ricordo la prima tesi discussa assieme alla Commissione e la prima battaglia per permettere al mio candidato di prendere la lode . Ho imparato dai docenti più anziani come ci si deve comportare per portare a casa il massimo dei voti .
La proclamazione da parte del Presidente della Commissione del nuovo medico è un momento carico di emozioni .
E’ come assistere al varo di una nuova barca .
 E’ l’inizio di una grande avventura .
 Sono sensazioni impagabili ed è forse per questo che tutto il mio impegno didattico presso l’Università San Raffele in italiano non è mai corrisposto ad un compenso economico .
Si è trattato di volontariato puro .
Del resto io avrei pagato pur di essere davanti al mio studente che assume le vesti di medico .
Meno male che l’amministrazione non lo sapeva altrimenti probabilmente avrebbero studiato il modo di creare dell’utile .Per un lungo periodo gli anni accademici si sono succeduti senza grossi scossoni .
Cambiando alcune normative l’Ateneo mi ha chiesto di fare sempre più ore di esercitazione , sempre sotto forma di volontariato . Le esercitazioni si consumavano in sala operatoria sfruttando gli spazi che l’Ospedale metteva a disposizione per gli interventi di chirurgia plastica .
A tutti i ragazzi venivano messi in mano portaaghi e pinze e si insegnava a dare punti su pezzi di tessuto o pezzi di silicone .
Si spiegava come tenere le forbici e dove tagliare le code dei punti .
Si davano consigli su come evitare di rimanere prigionieri del cerotto e delle garze facendo le medicazioni .
Sembrano cose banali …..
Due anni fa l’impegno didattico raddoppio perché la Facoltà in Inglese mostrò interesse al corso di chirurgia plastica .
Si trattava di un esame obbligatorio e quindi un ottantina di studenti (tutti) vennero raggiunti in inglese da lezioni e a loro volta raggiusero i portaaghi , questa volta needleholders .
Sì perché era richiesto di parlare in inglese anche agli studenti provenienti da Busto Garolfo in modo da prepararli alle loro future esperienze all’Estero . Per questo impegno , il primo anno venni retribuito .Non era tanto ma ero molto fiero di questo riconoscimento . L’anno dopo si accorsero dell’errore e mi diedero la metà .
Tutti i ragazzi con cui sono entrato in contatto in questi anni di insegnamento mi hanno dato grandi soddisfazioni . Ho avuto netta la sensazione di traghettarli nel loro futuro mondo della medicina .
Anni ‘80 ,ricordo ancora il primo chirurgo che mi ha spiegato come annodare un filo da sutura , ero in una stanzina del Pronto Soccorso del Fatebenefratelli, spero che anche loro si ricordino questa iniziazione , ma soprattutto che ricordino il primo comandamento ossia di trattare il paziente come un essere umano e non solo come un caso clinico .
Questo insegnamento ho cercato di darglielo facendomi accompagnare nelle terapie intensive a vedere pazienti tra la vita e la morte , in reparti oncologici in cui la malattia non sempre viene sconfitta , ma anche nei colloqui con ragazze che volevano semplicemente migliorare l’aspetto del proprio seno paralizzate dalla paura per l’intervento . Ad alcuni ho dovuto spiegare che la pubblicazione scientifica di una nuova tecnica o di un caso particolare è importante ma secondaria rispetto al benessere del soggetto che abbiamo in cura .
Ad altri ho dovuto ricordare che la compilazione di percentuali e statistiche è sterile se non ci si commuove di fronte ai risultati non raggiunti e non si prova rabbia per gli insuccessi . Devo essere onesto : questa campagna di sensibilizzazione ha avuto successi ed insuccessi .
 Poi a Dicembre 2016 è arrivato il rinnovo del contratto , ed in questa occasione il Direttore Sanitario mi ha informato che con il 2017 l’Ospedale avrebbe contato su un nuovo reparto di chirurgia ricostruttiva ed estetica limitato alla mammella che gestito da un chirurgo generale e che lo stesso reparto , si occuperà di traumi e lesioni della cute .
Mi è stato anche spiegato che questo chirurgo generale disporrà di metà delle mie sedute operatorie . In quelle che rimangono posso continuare a operare i mie pazienti solventi come se fossi in una Casa di cura .
Altri spazi non mi possono essere tolti perché posseggo solo un armadietto metallico nello spogliatoio della sala operatoria , ma non vi dico dove perché a questo punto ho paura di trovarlo occupato .
 Sulla base di quanto successo è sembrato giusto fare un passo indietro e rinunciare all’insegnamento scrivendo al Preside una lettera “sincera” , che allego, in cui ringrazio per tutte le belle opportunità che l’Ateneo mi ha dato in questi anni .
Tutta questa lunghissima premessa è per arrivare al seguente quesito : “Il Preside dopo avere letto la mia lettera ha scelto l’opzione : a) forbice , b)carta o c)sasso ? "

 Forbice : Il Sig. Preside mi ha risposto che prende atto della cosa , gli dispiace , ma non può fare niente per modificare la situazione . Il San Raffele si deve occupare di Senologia quindi il Reparto di chirurgia Ricostruttiva della mammella diventa fondamentale . Però coglie l’occasione per ringraziarmi di quanto fatto in questi 10 anni .

Carta : Il Sig. Preside , dopo avere consultato il Consiglio di Facoltà ,e ovviamente l’Amministrazione dell’Ospedale , riconosce l’importanza del mio ruolo all’interno dell’Università in Italiano ed in Inglese e decide di ridarmi disponibilità di sale operatorie per svolgere la mia attività chirurgica e didattica . Mi premia con una stanza a me dedicata all’interno della struttura dove lasciare materiale didattico , discutere con colleghi e studenti e potermi occupare di casi clinici un poco più spazioso dell’attuale armadietto metallico .

Sasso : IlSig. Preside non ha reputato necessario rispondere alla mia lettera .

Will e Fred

Domani mi tocca provare a superare una prova difficile .
 Da una settimana un sasso di 6 mm mi si è incastrato in un uretere e mi da una sensazione tipo ratto che dilania i visceri senza essersi prima smussato i denti . Dicono che sia lo stesso male che si prova al travaglio ma non saprei come confermare la cosa .
Vado avanti a iniezioni di Toradol e Voltaren fino a quando non mi viene male allo stomaco , allora mi ricordo di prendere il Lansox , ma poi devo anche prendermi l’antibiotico per evitare che il rene ne soffra . Su suggerimento di tutti i colleghi amici prendo anche miorilassanti che hanno il difetto di bloccare l’intestino per cui non ci sono più cinture nell’armadio capaci di reggere i pantaloni . Ovviamente per non farmi mancare niente ho fatto anche l’esperienza della litiotripsia .
Mi sono fatto bombardare il calcolo da una macchina diabolica che però non ha avuto nessun effetto sul sasso . In questi casi è difficile spiegare perché una tecnica avanzata come questa non funziona . A volte dipende dal tipo di calcolo , a volte dipende dalla macchina o più semplicemente se funziona nell’84% , ci si deve rassegnare a rientrare nella categoria del 16% . Questo è uno dei motivi che mi fa evitare di dare percentuali di successo o di insuccesso quando parlo di un intervento ai miei pazienti .
Mi sembra sempre di prenderli in giro .
Allora succede che domani un urologo si prenderà cura per via endoscopica del mio calcolo , cercherà di frantumarlo e di estrarlo per ridarmi serenità e fiducia nel futuro .
Cosa c’è di interessante nel divulgare questi fatti personali ?
Niente se non mi fosse arrivato un messaggino sul cellulare da parte di un mio paziente storico di nome Vincenzo .
Quando ero al Centro Ustioni di Niguarda mi è arrivato in pronto soccorso a seguito di un incidente avvenuto sul lavoro cotto su gran parte del corpo e ancora fumante .
Uno dei traumi più dolorosi da sopportare ,dove ogni medicazione corrisponde ad essere scorticati vivi , si devono superare decine di interventi e quando si guarisce si deve fare i conti con i cordoni che si creano sulla superficie che limitano i movimenti anche più elementari oltre a fare assumere un aspetto difficile da accettare .
L’ho curato per anni e tuttora capita che gli si aprano delle ulcere cutanee che devono essere riparare .
Siamo amici come lo sono Will il coiote , e Fred il cane pastore guardiano delle pecore .
Per entrambi l’interpretazione del personaggio è alla base del rapporto ( come medico-paziente) ma, finito l’orario di lavoro , ci si ritrova a tavola a parlare di calcio e della stagione dei funghi .
Nel messaggino di Will si legge : Buon giorno Prof. spero che stia meglio e stamattina sono stato al santuario della Madonna della Cultura a cui sono devoto a pregare per lei che stia meglio . Un saluto ………
La morale è sempre quella : nei momenti difficili della vita ci vuole qualcuno che ci rimetta in riga. Will con il suo messaggio commovente ha ridimensionato la mia esperienza con la malattia .
Come faccio a lamentarmi per il ratto disturbato di mente che mi morde il fianco da una sola settimana quando personaggi come lui hanno sopportato anni di graticola .
Vergogna!!!
Ok ho fatto il mea culpa , ma domani se tutto si risolve , riusciamo ad evitare di risultare positivo ogni volta che concludo una seduta operatoria .
Sono anche disposto ad essere più sensibile ai dolori altrui …… prometto .

OVER fiftyfive

Ho  letto un articolo su Repubblica del 9-10-2016 a  tutta pagina 18 che riguarda la Sanità. 

Si discute sul fatto che negli ospedali italiani abbiamo i camici bianchi più anziani d’Europa . 

Un medico su due ha più di 55 anni . Avendone compiuto 57 mi sono ovviamente sentito coinvolto 

Di spalla c’è un intervista ad un collega chirurgo  del San Raffaele  che oltre ad essere un punto di riferimento per tutti noi colleghi   , è anche una persona illuminata : il Prof. Alfieri  . Sei mesi fa gli ho affidato il cuore di mio padre che dopo avere sostituito una valvola ha ripreso la sua vita sociale e le sue attività sportive .   

Il Prof. Alfieri ha   68 anni , passa la sua vita in sala operatoria occupandosi di una disciplina impegnativa come la cardiochirurgia (interventi impegnativi e lunghi )  e dice che l’età  per un chirurgo  non conta .Leggendo il parere del collega  mi sono sentito più sereno perché la penso nello stesso modo . 

Il giornalista analizza il motivo per cui   i giovani medici  vengono assunti con il contagocce . 

Il primo motivo è che senza specialità non si può essere assunti  in Ospedale .Per entrare in una Scuola di Specialità bisogna partecipare ad un Concorso . 

Il concorso       è unico , nazionale e viene fatto una volta all’anno . Dal concorso scaturisce una graduatoria . I primi hanno acceso alla specialità desiderata  , i secondi si devono accontentare della seconda opzione , gli altri devano ripresentarsi l’anno dopo . 

 Ciò crea il primo imbuto alla assunzione dei giovani in Ospedale . 

Oltre  che rappresentare  un  imbuto,  questa selezione   rappresenta  uno dei modi più   inefficaci per   selezionare   dei  tecnici con l’attitudine a  svolgere una professione così complessa come è quella del medico . Nello specifico , se uno vuole fare il chirurgo plastico , in tutta Italia sono disponibili poco più di 20 posti all’anno . 

Peggio del Concorso  Nazionale ci sono solo gli Alfa test , selezione da passare se si vuole  entrare in Università , ma questi almeno lasciano al candidato la possibilità di cambiare strada all’origine senza fargli sprecare sei anni di vita . Se attraverso il  Concorso  Nazionale  uno non entra in graduatoria  gli si aprono da medico   due strade :  o lavorare presso una scuola guida o una palestra .    Dio ha voluto che ai miei tempi  non ci fossero queste selezioni . Avrei passato la mia vita nello stanzino attiguo ai bilanceri . 

 I sindacati dei medici dicono che per assumere i giovani la soluzione del problema passa attraverso a)lo sblocco  del turnover ,b) l’assunzione dei precari e c)l’aumento dei posti delle scuole di specializzazione .

In tanti anni di professione non ho mai assistito a grandi vittorie sindacali quando si tratta di classe medica per cui aspettiamoci che la situazione rimanga tale per i prossimi anni . 

Comunque questa non è la riflessione principale che mi ha portato a prendere la penna in mano . 

Mi stava a cuore ragionare sull’età alla quale il chirurgo deve essere considerato ancora brillante e quella in cui invece deve ritirarsi  . 

Penso che come in tutte le professioni  dipenda da caso a caso . Se sei un giocatore di calcio sarà lo staff tecnico del club a  decidere quando devi essere messo fuori rosa . In Ospedale  lo decide l’età pensionistica . Come sempre succede non esiste un  esaminatore che controllando cosa fai in sala operatoria decida se puoi mantenere le tue funzioni o se devi abbandonarle . Allora come fare a decidere sulla data del time out ? Si spera sempre che ci sia un collega amico che con tanta delicatezza i faccia aprire gli occhi . Ma è meglio abbandonare a 60 , o a 70 o più in là? Ho esempi per tutte le età. Si smettere a 60 anni  quando problemi fisici o psichici hanno logorato in modo irreversibile il soggetto . 

Per raggiungere i 70 anni sicuramente la  forma fisica ha sicuramente il suo peso ,le  abitudini di vita sono importanti , la serenità è fondamentale  .

Sopra i 55 , come  dice il Prof. Alfieri è importante evitare di isolarsi continuando a confrontarsi con i colleghi , partecipando a corsi e congressi senza smettere mai di aggiornarsi . 

Quello che il Prof. Alfieri non dice  è che la sala operatoria  per il chirurgo è terapeutica .   : lavati , al tavolo operatorio con le mani sul paziente passano la fatica , i fastidi fisici, i brutti pensieri .E’ come entrare nella fontana dell’eterna  giovinezza .

Io ho lavorato nel pubblico 15 anni e nel privato convenzionato 16  anni . Ho condiviso il lavoro con colleghi più anziani e più giovani .Da giovane non ho mai pensato che un mio capo più anziano dovese smettere di operare  per avere raggiunto limiti di età .Quando smettevano era perché non se la sentivano più loro  . Ricordo un collega otorino che è andato avanti  ultraottantenne ,  a fare nasi, fino a pochi giorni prima di spegnersi . La qualità dei suoi risultati si era mantenuta fino alla fine . 

Ora i colleghi con i quali lavoro sono mediamente più giovani di me . Appartengono ad un'altra generazione . La mia generazione ha vissuto la corsia dell’ospedale , il giro dei pazienti ricoverati con le cartelle in mano e la smania per crearsi il proprio spazio all’interno della struttura andando ad imparare una tecnica particolare , magari di nicchia giusto per sentirsi in qualche modo responsabile. Esisteva un  codice di comportamento per cui il più giovane doveva svolgere i compiti più pesanti , essere il primo ad arrivare in corsia , avere chiaro il decorso clinico dei ricoverati e fare trovare pronto il campo operatorio per i chirurghi “ anziani “ . 

Le cose non sono cambiate . Anche oggi , nonostante sia il più vecchio sono sempre il primo ad entrare in ospedale , sono il primo ad entrare in sala operatoria , sono io a prepararmi il campo  e l’ultimo ad uscire . Forse questa può essere considerata  la formula per rallentare l’invecchiamento. Non ne ho la certezza , ma spero in questo modo di mantenermi  lucido al punto di  decidere quando appendere il bisturi al chiodo  . 

Se ciò non fosse possibile spero quella fatidica mattina di trovare un giovane che arrivi in Ospedale prima di me e che mi convinca che è meglio  ritirarsi .